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Sabato 19 Maggio 2012

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La complessa vicenda delle acque di Calabria

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La sezione regionale di controllo della Corte dei Conti è meno formale della sezione giurisdizionale. Le adunanze pubbliche, come quella di ieri, si svolgono con il collegio dei magistrati abbigliati civilmente, senza tocchi e toghe. Ma ha naturalmente le sue regole, precise e consolidate dalla prassi, oltre che normate dalla procedura. Una di queste prevede che a controdedurre su quanto legge il magistrato relatore sia il legale rappresentante dell’Ente oggetto dei rilievi, se mai presenti. Visto che ieri l’argomento era la gestione delle risorse idriche e dei relativi impianti in Calabria anche con riferimento alla costituzione e alle attività delle società miste, di rilievi ce ne sono stati, eccome. Se nonché dei soggetti presenti e parti in causa, qualcuno pur avendo facoltà di parlare ha preferito rimanere silente, mentre chi voleva parlare non era per la Corte abilitato a farlo. È stato il caso del delegato della Regione Calabria, Domenico Pallaria, ingegnere, dirigente di settore delle risorse idriche, che non è stato ammesso al dibattito, perché i magistrati avrebbero voluto che fosse presente il legale rappresentatane della Regione, ossia Giuseppe Scopelliti. Peccato. Perché Pallaria di Sorical e di ciclo integrato delle acque in Calabria ne sa come pochi, come da cronache passate. Oppure i commissari liquidatori degli Ato, i fantomatici (ormai oppure sempre) Ambiti territoriali ottimali, ormai destituiti da fondamento giuridico perché soppressi dalla legge finanziaria 2010. I commissari, essendo giuridicamente responsabili e rappresentativi, potevano controbattere le conclusioni negative sugli Ato contenute nella relazione. Eppure, dei tre presenti, due, quello di Cosenza e quello di Catanzaro, si sono rimessi alla valutazione della Corte, dando per lo più l’idea di non sapere cosa dire. Il terzo, liquidatore dell’Ato di Vibo, ha riferito di non avere ricevuto la relazione in tempo, e pertanto di non essere in grado di ribattere. Peccato che esitano le ricevute di consegna del plico, come da assicurazione dei magistrati. Il presidente di Sorical, Sergio Abramo, avrebbe preferito che in sua vece parlasse l’amministratore delegato Maurizio Del Re, considerato che alcuni passaggi estremamente tecnici avrebbero implicato maggiore cognizione di causa. La possibilità è stata negata dal presidente della Corte, Franco Franceschetti, e Abramo si è pertanto rimesso alla controdeduzione scritta già prodotta. Non si è sottratta invece alla facoltà di intervenire la presidente della Provincia di Catanzaro Wanda Ferro che ha scisso le responsabilità dell’Ente intermedio, allo stato puramente accompagnatrici della fase liquidatoria degli Ato, da quelle ben più sostanziali della Regione. Tutto questo è già sintomo della complessità della vicenda che ruota intorno alle acque di Calabria. Anche se, come è scritto nella relazione letta in aula da Quintino Lorelli, il regime calabrese in materia di acque non è stato mai aggiornato dall’ottobre del 1997, quando fu approvata la legge regionale n.10 che delimitava i 5 Ato per la gestione del servizio idrico integrato. Questo mentre tutto intorno cambiavano leggi dello Stato, interveniva la Corte costituzionale, si esercitava l’azione abrogativa di referendum. Anche di fronte all’azione semplificatrice del Testo unico ambientale del 2006 la reattività è stata pressocché nulla, tanto da far dire alla relazione che «nella realtà calabrese questo assetto normativo non è stato mai applicato e si è determinata negli anni, una sorta di extraterritorialità dell’intero sistema legislativo e gestorio della acque del territorio della Calabria». Ancora, «in relazione alla applicazione della disposizione statale soppressiva delle Autorità d’Ambito la Regione Calabria si è mossa nel senso di mantenere una sorta di Ambito regionale unitario» da ciò discendendo «seri dubbi in ordine alla conformità dell’attuale sistema normativo e amministrativo regionale al mutato quadro legislativo statale». Per il resto, è quasi tutta roba di cronaca quotidiana. Con i rilievi sull’operato dei 5 Ato provinciali:«Il panorama relativo al funzionamento degli Ato è, a dir poco, deludente, sotto ogni profilo. Le risposte dagli stessi fornite, conducono a un livello di consapevolezza e conoscenze delle norme incredibilmente basso se non inesistente». Con la storia della costituzione di So.Ri.Cal. S.p.a. nel 2003, società mista a prevalente capitale pubblico per la gestione del servizio idrico, con cui la Regione, socio di maggioranza, trasferiva ad essa il sistema degli acquedotti e «il complesso delle utenze "all’ingrosso", cioè relative alla somministrazione di acqua a uso potabile dalla Regione stessa ai Comuni i quali poi provvedevano (e provvedono) alla distribuzione presso gli utenti finali a mezzo delle proprie reti di distribuzione (acquedotti e condotte municipali)». La Corte si sofferma quindi sul delicato rapporto tra Sorical e Comuni, sul loro sostanziale obbligo ad approviggionarsi di acqua all’ingrosso dalla Sorical, anche se in linea teorica potrebbero rendersi autonomi. Un paragrafo è dedicato alla dispersione di acqua potabile, con alcuni casi eclatanti di inefficienza e spreco, come si evince dalle medie di consumo procapite a Locri (818 litri di acqua procapite al giorno), a Sellia Marina (702), a Soverato (639), a Chiaravalle (633). Ultimi rilievi riguardano le tariffe applicate dalla Sorical ai Comuni, e le tariffe finali all’utenza per il servizio idrico integrato. Da un resoconto finale emerge un quadro eterogeneo nel quale accanto a Comuni che non riescono a riscuotere dagli utenti finali del servizio idrico nulla o quasi, ne figurano altri che, pur avendo riscosso cifre significative degli utenti, hanno omesso di riversarle alla Sorical quale corrispettivo dell’acqua fornita. È il caso del Comune di Catanzaro che nel 2009 presenta un saldo positivo tra quanto riscosso e quanto fatturato da Sorical di 1.554.463 euro. E nonostante questo, esiste tra i due soggetti un contenzioso in atto.