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Sabato 19 Maggio 2012

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Luce sulla faida dei boschi «C’era pericolo di ritorsione»

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Diciotto provvedimenti di fermo, con quattro persone irreperibili. Da quattro si è poi scesi a tre, in considerazione del fatto che nella giornata di ieri si è presentato spontaneamente ai carabinieri della Compagnia di Soverato Francesco Chiodo, l’imprenditore di 43 anni ricercato nell’ambito dell’operazione denominata "Show down". Secondo gli inquirenti della procura antimafia - che hanno disposto il sequestro di beni per un valore di 30 milioni di euro - un sodalizio criminale avrebbe controllato diversi settori economici del Soveratese; dal vecchio business dei boschi al nuovo e più redditizio mercato del turismo, passando attraverso il mercato della droga. Secondo quanto riportano i pm della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo nel provvedimento di fermo, «la compagine associativa contestata si colloca nel contesto estremamente allarmante di una recrudescenza in atto dello scontro tra gruppi criminosi della zona del basso Jonio catanzarese e delle contigue aree, manifestatosi in una terribile sequenza omicidiaria con cadenze temporali inquietanti che evidenzia la spirale di virulenta reazione dei soggetti ivi gravitanti e in conflitto, tale da - si legge nel provvedimento della procura - segnalare un concreto costante e imninente pericolo di ritorsione nei confronti degli autori dei diversi fatti criminosi gravitanti nell’ambito delle contrapposte fazioni». Il procuratore capo di Catanzaro Antonio Vincenzo Lombardo, nell’immediatezza dell’esecuzione dei fermi, aveva sottolineato l’importanza di un provvedimento - quello del fermo di indiziato di delitto - che raramente utilizza l’ufficio di procura del capoluogo calabrese. Evidentemente, la gravità dei fatti in questione e il pericolo di fuga - secondo i pm, concreto - hanno consigliato una scelta simile. Lombardo parlava di «conflitto latente» a proposito di quanto avveniva e avviene nella lingua di territorio compresa tra le province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Secondo quanto si legge nel provvedimento di fermo, i magistrati dell’antimafia ritengono dimostrata, «secondo lo standard probatorio richiesto per l’adozione della misura cautelare, la sussistenza della consorteria mafiosa in Soverato e comuni limitrofi che annovera tra ipromotori Sia Vittorio (defunto), Tripodi Maurizio e Procopio Fiorito, con la partecipazione degli ulteriori indagati». «Sulla base degli esiti delle predette indagini - scrivono ancora i pm di Catanzaro nel provvedimento di fermo - si ipotizzava, dunque, la "gemmazione" in Soverato di un’"entità" mafioso autonoma capeggiata da Vittorio Sia che, avendo risolto favorevolmente le vicende processuali che lo vedevano imputato di gravi reati (omicidio volontario, associazione a delinquere di tipo mafioso e finalizzata al traffico di stupefacenti), ha coalizzato attorno a sé alcuni adepti stabilendo (o confermando) alleanze con analoghi gruppi mafiosi del reggino (famiglia Costa di Siderno), del basso Jonio catanzarese (famiglie Procopio-Lentini di Davoli, famiglia Novella di Guardavalle) e del vibonese (famiglia Vallelunga di Serra San Bruno). Ciò, se non in aperto contrasto, quantomeno in concorrenza con altra fazione storica del gruppo mafioso di Guardavalle (la cui influenza abbraccia gran parte del litorale jonico soveratese), ovvero quello che genericamente può dirsi far capo a Gallace Vincenzo, entrato in contrasto per questioni di leadership territoriale con Novella Carmelo, rappresentante di altra fazione "’ndranghetistica" di Guardavalle».